Non avrei mai pensato di suggerire l'acquisto de L'UNICO PECCATO come regalo di San Valentino, ma ci ha pensato Bettina Muller su PISA BOOK PRESS.
Tutto sommato, potrebbe essere una buona idea.
Riporto quanto ho scritto nel blog di Oscar Montani che sta tentando di analizzare da un punto di vista scientifico il metodo investigativo adottato da Domenico Arturi, l'investigatore protagonista de L'UNICO PECCATO (e lo ringrazio per questo anche se mi sa che, dopo le seguenti mie precisazioni, abbandonerà disperato l'impresa)
Qualsiasi attività investigativa consiste nelle due fasi:
a) raccolta di informazioni
b) elaborazione delle informazioni.
La prima fase può essere condotta artigianalmente o, come fanno le forze dell'ordine, adottando procedure e metodi consolidati.
La seconda, a parte i fantascientifici computer di CSI e simili, è affidata al genio umano.
Arturi si arrangia come può nel raccogliere informazioni.
Riporto due brani dell'UNICO PECCATO per illustrare due suoi modi alternativi di operare:
1) "Riflettei. Negli scritti del Berti non trovavo alcuna indicazione utile per la mia indagine. Anche il colloquio col Giacomelli era stato deludente. Avevo però in mano un nome, Marco Carboni, e un numero di telefono. Per un investigatore come me era anche troppo. Dal cognome e dal telefono risalii all'indirizzo. Dall'indirizzo allo stato di famiglia. Venticinque anni, del cancro, ed era figlio unico. Vidi che non aveva precedenti penali e che non aveva ancora fatto il militare. Controllai se avesse votato alle ultime elezioni; e aveva votato. Non aveva presentato proprie dichiarazioni dei redditi; detti un’occhiata a quelle di due anni fa dei suoi genitori. Era iscritto a Scienze Politiche; ottenni la lista degli esami che aveva sostenuto, con le date e i voti. Era quasi alla fine; aveva avuto una media non troppo buona ma comunque rispettabile. Controllai se aveva scoperti bancari rilevanti o protesti ma non trovai niente né su lui né sui suoi genitori. Dopo queste informazioni preliminari, che furono raccolte in meno di un giorno dai miei assistenti, andai a chiedere notizie più precise a un mio conoscente, di cui preferisco non fare il nome. Anche da lì non venne fuori nulla di particolare.
Una volta espletata questa mia procedura standard ero pronto per parlargli.
Ogni tanto, ho notato, partire avendo raccolto qualche piccola informazione può avvantaggiare nelle conversazioni."
2) "Riflettei che la mia visita era stata sinora un buco nell'acqua e che quell'indagine, per quanto ben pagata, stava iniziando a deprimermi. Ero a un punto morto. Accesi un'altra sigaretta. Poi il mio istinto di detective, che mi ha reso giustamente famoso nella cerchia degli investigatori privati fiorentini, anche se taluno si ostina a chiamarlo culo, mi fece prendere in mano un pacco di appunti di storia contemporanea. Proprio sul margine del primo foglio stava scritto “riunione club spostata a sabato. Sentire Marco per conferma” seguiva un numero di telefono."
Oscar Montani, oltre a varie altre cose, gestisce il blog Soft Boiled, dove spesso analizza, anche dal punto di vista teorico, i metodi di investigazione dei vari protagonisti dei romanzi gialli.
Montani ha ritenuto interessante un mio commento nel quale gli chiedevo di classificare il "metodo Arturi" che l'omonimo investigatore adotta nel mio L'unico peccato. Amore e morte alla Biblioteca Nazionale di Firenze.
E' un metodo molto pragmatico, detto anche: "della logica per forza". Oscar Montani gli ha dedicato il post I detective devono avere un metodo?.
Il dibattito è ivi aperto.
E' con un piacere particolare che segnalo al pubblicazione del mio racconto Quello sguardo languido nella rubrica Giallo Comico di Thrillermagazine.
Mi è, infatti, molto caro questo breve racconto comico perchè in esso si riaffacciano tre protagonisti del mio romanzo L'unico peccato : l'investigatore privato Domenico Arturi, Il Commissario Federici e l'ex studente universitario Marco Carboni.
Nel racconto viene anticipato un aspetto della trama dei sequel de L'ultimo peccato che sto scrivendo. Carboni, infatti, dopo la sua laurea si farà assumere nell'agenzia investigativa di Arturi e parteciperà in modo molto più attivo alle indagini.
Il racconto Quello sguardo languido è un episodio che si colloca al di fuori della trama de L'unico peccato e dei suoi due sequel, e scrivendolo mi sono divertito a dare il booster al tono comico.
In questo mondo di ladri (come insegna Venditti) si ruba di tutto, anche i cavi di rame nei cantieri o gli ulivi dalle ville, per cui figuriamoci se non si rubano i libri.
Anzi, i libri antichi si prestano bene ad essere rubati dato che esiste un elevato rapporto tra il volume e l'ingombro del bene e il suo valore e che possono essere rivenduti su un mercato sconfinato di bibliofili spesso disposti a non farsi troppe domande pur di accaparrarsi un libro raro.
Essendo non pochi gli scrittori che amano i libri, non sono stati rari i gialli che hanno trattato di furti di libri. A parte il mio L'unico peccato. Amore e morte alla Biblioteca Nazionale di Firenze, ricordo Il Maestro della Testa sfondata di Hans Tuzzi. Altri esempi li trovate scorrendo questa lista ma ne esistono ancora molti.
Per cercare di rendere più difficile la vita ai ladri e ai ricettatori, la ALAI (Associazione Librai Antiquari d'Italia) ha realizzato una interessante banca dati con l'elenco dei libri rubati.
Bibliofilo avvisato, mezzo salvato.
Santa inquisizione ( completo )
In verde le parti già pubblicate, in nero la parte nuova
SANTA INQUISIZIONE
Ebbene, lo confesso: ho più potere io solo di quanto mai ne abbia avuto la Santa Inquisizione.
Sono il Bibliotecario.
Talvolta cammino in questi lunghi corridoi per ore senza meta, scorrendo ogni tanto con lo sguardo le costole dei libri che si affacciano dagli scaffali, respirando il loro odore.
Altre volte corro tra i volumi con una delle vetture elettriche in dotazione alla biblioteca e mi diverto a cronometrare i miei tempi su vari percorsi ed a migliorarli.
Uno dei miei giochi preferiti è quello di girovagare tra gli scaffali e prendere a caso dei libri che poi mi faccio obbligo di leggere per un quarto d'ora esatto. Dopo vengono posati inesorabilmente. Se il libro è noioso la lettura diviene una punizione ma se invece è di mio interesse, il fatto di poterne disporre per un tempo così limitato raddoppia il mio entusiasmo e la mia foga di lettore.
Quando le esigenze di servizio me lo permettono, prendo delle droghe e mi diletto a leggere continuativamente per decine e decine di ore. Leggo così in una volta tutte le opere di un autore e tutti i libri che lo commentano. Dopo dormo per giorni.
Non so se invidiare il mio collega che si occupa della biblioteca scientifica. Lui ha in continuazione visite di lettori, riceve tutti i giorni nuovi libri da archiviare, si preoccupa di far scavare ogni mese ulteriori corridoi da riempire di scaffali e di volumi, inizia a teorizzare che sarebbe opportuno non accettare più libri veri e propri ma solo archivi informatici.
Ma lui non ha il Potere che io ho.
Nella biblioteca umanistica, che io dirigo, le visite sono scarse. Le nuove opere da classificare sono rare. Nessuno più scrive letteratura, filosofia, trattati di storia. Solo cose utili vengono scritte adesso: scienza, medicina, economia. Pare che una poesia non serva più a niente. Forse è vero. Quando rischi in ogni momento che una bomba a regressione colpisca la tua città, quando vedi i tuoi fratelli morire di fame tutto intorno, forse non è il caso di perdere tempo con cose fatue. Ma la letteratura è la memoria di un popolo e di una civiltà e quando la guerra perpetua stava per scoppiare i consiglieri decisero di creare una biblioteca sotterranea che conservasse tutto ciò che è stato scritto dall'inizio dei tempi. I miei predecessori hanno lavorato decenni a raccogliere tutti i libri che poterono, a classificarli, a inumarli in questi corridoi, che scorrono su trenta piani sotterranei. Io sono nato qui, nella biblioteca, in una stanza posta settanta metri sotto il livello del mare. Mio padre, il bibliotecario che ho sostituito, mi ha cresciuto in mezzo a questi libri, insegnandomi tutto quel che sapeva sui loro autori, morti da secoli. Ora li conosco tutti. Intimamente; sono stati, in fondo, i miei fratelli. Certo, sono anche uscito molte volte all'aperto. Il mio genitore diceva che dovevo conoscere le cose di cui parlavano i libri: le piante, i fiori, i tramonti. Ma io mi sono sempre trovato più a mio agio qua sotto, nel mondo che considero mio.
Quando è morto mio padre ho sentito un immenso sentimento di potere nascere in me. Non ho potuto fare a meno di pensare che da quel momento io ero l'uomo che meglio di chiunque altro al mondo conosceva la letteratura. Sono passati tanti anni da allora, le bombe sono scoppiate, il flusso di nuovi libri si è ridotto sempre più. Negli ultimi dodici mesi non è giunta nessuna opera di poesia, nessun romanzo, nessuno studio critico. Ora, certamente, sono rimasti in pochi a conoscere i vecchi autori. E nessuno li conosce come me.
Con un'unica eccezione. Solo il mio computer classificatore rammenta i nomi di tutti i poeti, di tutti gli scrittori. Di ognuno ricorda ogni libro e, soprattutto, lo scaffale sul quale, tra milioni di altri, sono posti i volumi. Una volta, tre anni fa, mi venne da pensare che, senza di lui, anch'io sarei perso. Potrei consumare anni a cercare le opere di Shakespeare prima di ritrovarle, tra tutti questi corridoi. Mi folgorò, poi, un ulteriore pensiero. Da allora vivo come inebriato. Mi sono reso conto che ho più potere io solo di quanto mai ne abbia avuto la Santa Inquisizione.
Iniziai con un autore minore: Henry Miller. Non ho mai potuto sopportare le sue banali oscenità. Chiesi al computer l'elenco dei suoi libri e di tutti quelli in cui Miller era citato o commentato. Esaminai con cura la lista ed esclusi alcune opere critiche che trattavano di questo americano solo marginalmente e in misura non rilevante, e che valeva la pena di conservare. Osservai per una trentina di secondi lo schermo del computer, ancora timoroso. Poi premetti un tasto e le locazioni dei libri di Miller e su Miller vennero cancellate. Ora nessuno avrebbe più potuto ritrovarli. Anzi, nessuno avrebbe più saputo che quest'uomo era esistito. Può darsi che all'esterno qualcuno lo ricordi ancora ma presto le bombe a regressione provvederanno a far sparire ogni memoria ed ogni libro fuori da questi sotterranei. Potrà accadere che un giorno giunga qui uno studioso che ha trovato citato Miller in un testo ma sarà per me semplice dirgli che non ho mai ricevuto alcun libro di questo scrittore.
La Santa Inquisizione distruggeva le opere degli eretici. Io riesco a cancellare per sempre ogni traccia ed ogni ricordo degli autori stessi.
Ieri ho eliminato Dino Buzzati. E' stato una sorta di omaggio: il suo mondo angoscioso era troppo simile al mio.
Di solito cancello autori sopravvalutati; faccio una specie di pulizia letteraria. Così se ne sono andati Manzoni, Hemingway, D'Annunzio, Kafka, Cervantes. Non potrete mai sapere con quanta soddisfazione, poi, ho eliminato Joyce; non l'avevo mai capito, odio le cose che non capisco.
E' tanto che sto pensando di cancellare Dante ma è una cosa molto complicata, è citato in troppe opere, a loro volta menzionate da altre. Non saprei bene dove fermarmi; rischio di dover far sparire la maggior parte dei libri di questa biblioteca. E' stato molto più semplice far perdere memoria dell'intera letteratura belga. E' un popolo che non mi è mai piaciuto; sono sicuro che nessuno si accorgerà della loro assenza.
Ora, quando cammino lungo i corridoi della mia biblioteca, mi sembra che i libri mi osservino preoccupati. Si nascondono al mio sguardo, come studenti timorosi del professore. Temono, forse, che io cancelli dal mio computer la loro preziosa collocazione, regalandoli all'eterno oblio. Pochi minuti fa, appoggiato ad uno scaffale, riprendevo fiato dopo la mia corsa quotidiana di tre chilometri attraverso la sezione della letteratura inglese. Uno dei libri, una edizione economica, mi ha guardato male. L'ho preso. Era l'Innocenza di Padre Brown di Gilbert Keith Chesterton. L'ho rimesso al suo posto, tra Le avventure di un uomo vivo e l'Uomo che fu Giovedì, con la mano che mi tremava dalla rabbia e mi sono precipitato qui, di fonte al computer. Questo, Chesterton non me lo doveva fare. Digito il nome; appaiono le coordinate dei suoi libri. Ora mi basta premere un tasto. Ecco fatto.
(Fine)