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Blog di Sergio Calamandrei www.calamandrei.it

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Nome: Sergio Calamandrei
Mi piace scrivere. Prima l'ho fatto solo per me, poi ho creato www.calamandrei.it, quindi ho pubblicato il romanzo: L'UNICO PECCATO - Amore e morte alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Ora vado avanti, con vari racconti e un sequel. ..................e-mail= scrivere[chiocciola]calamandrei.it

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giovedì, 07 febbraio 2008

Le dimensioni non contano? - 2

Tornando a riflettere sui limiti di lunghezza, talvolta imposti agli scrittori, di cui parlavo in un mio precedente post, segnalo questo articolo, in cui si racconta di una iniziativa editoriale che, prendendo spunto da un famoso miniromanzo di Ernest Hemingway, ha raccolto on line e poi pubblicato su cartaceo un folto numero di romanzi di sei parole.

Il "romanzo" originario di Hemingway era:

For sale: baby shoes, never worn

ovvero:

Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate

Per come la vedo io, trattasi di "giochini" che hanno la stessa valenza letteraria della creazione di una tavola di parole crociate.

Comunque, visto che la cosa interessa, lancio una nuova iniziativa: il romanzo in UNA parola, di non più di otto caratteri.

Inizio io:

"Fandomo!"

(ammirate la capacità di sintesi rappresentata dalla contrazione della parola e la colorazione localistica toscana).

 

lunedì, 04 febbraio 2008

Orme gialle

Sabato 2 febbraio 2008, alle 18, a Pontedera presso l'Auditorium del Museo Piaggio di Pontedera, si è tenuta la premiazione dell’edizione 2007 del concorso Orme gialle.
Ero lì, dato che il mio racconto Dante e Beatrice, diciotto vite spezzate è stato incluso nella lista dei racconti selezionati (e sarà quindi inserito nell'antologia di questa edizione del premio).
Tra i premiati c'era anche Francesca Padula, compremiata con me anche a Maremma Mystery 2007
.
Il circolo culturale Orme gialle ha come Presidente Onorario Carlo Lucarelli che era presente alla premiazione. La giuria del concorso è formata da importanti addetti ai lavori, tra i quali Douglas Preston (che in questi giorni è nelle primissime posizioni delle classifiche Usa dei libri più venduti), Graziano Braschi, Piergiorgio Di Cara, Leonardo Gori, Giampaolo Simi, Mario Spezi.
Sabato erano presenti Lucarelli, Braschi, Di Cara, Simi e Spezi, oltre ad altri scrittori non facenti parte della giuria.
 .
Lucarelli ha raccontato che uscirà prima dell’estate un suo libro ambientato nelle guerre coloniali italiane, quello che lui ha definito il nostro far west, pochissimo sfruttato, al contrario di quello statunitense, dalla nostra letteratura e dal nostro cinema. Ma, indubbiamente, penso non sia semplice parlare degli italiani colonizzatori senza scivolare in preconcetti o visioni ideologiche molto rigide che possono facilmente togliere ogni afflato a qualsiasi trama o vicenda si intenda raccontare.
 
Il concorso l’ha vinto un ragazzo che lavora in Polizia, a Genova. Detto per inciso, in sala c’erano ben cinque poliziotti-scrittori (Di Cara, per esempio) e tutti noi ci siamo sentiti molto sicuri.
 
Dopo la premiazione ho partecipato anche a una cena convivivale con Lucarelli e gli altri scrittori intervenuti.
venerdì, 01 febbraio 2008

Le dimensioni non contano?

Le dimensioni contano o non contano, quando si tratta di scrivere un testo?

Stavo riflettendo ancora una volta sul fattore lunghezza; sul fatto che mi risulta molto difficile talvolta rispettare le stringenti condizioni di lunghezza massima di un racconto poste per partecipare a dei concorsi o per essere pubblicato in un’antologia.


Data la grande fatica che faccio a scrivere quando ho limitazioni di lunghezza mi ero convinto un po’ semplicemente che mi fosse più congeniale la dimensione del romanzo rispetto a quella del racconto.


Mi sono ricordato, però, l’immenso lavoro che è stato anche scrivere il mio romanzo.

Sono andato, quindi, a cercare le cose che ho scritto con maggiore naturalezza e facilità e mi sono reso conto che erano racconti di circa 10.000 parole (ovvero 60.000 caratteri spazi inclusi, circa 33 cartelle da 1.800).

Si tratta, in sostanza, di racconti “non brevi”, in cui c’è il tempo per presentare e far crescere i personaggi e sviluppare una storia. In definitiva, non mi pare che si possa parlare di racconti esageratamente lunghi; sono circa trenta pagine di libro stampato.

Purtroppo la misura richiesta oggi è spesso di 8 o 10 cartelle al massimo (14.400 o 18.000 caratteri), per indubbie esigenza di rapida lettura degli elaborati da parte dei giurati o per avere la possibilità di inserire in un’antologia un congruo numero di testi.
Si dice che ponendo dei limiti ristretti, la creatività dello scrittore venga esaltata.
A me pare, piuttosto, che uno sia costretto talvolta ad abbandonare il modo migliore per raccontare una storia e si debba adattare a soluzioni di ripiego.

postato da: scriverecala alle ore 18:48 | link | commenti (5)
categorie: scrivere, la capacitĂ  di scrivere
lunedì, 08 ottobre 2007

L’occasionissima del lunedì

 

Questo lunedì segnalo una nuova pagina del mio sito: Cose da tenere di conto.
Ho infatti inserito su www.calamandrei.it una serie di consigli sulla scrittura (non miei, naturalmente, ci mancherebbe altro. Di King, Vonnegut, Cerami, Hitchcock e altri).
È la raccolta dei vari post col tag Cose da tenere di conto che sono stati pubblicati su questo blog nel corso del tempo.
Per i lettori pigri che preferiscono trovarsi tutto già pronto in un’unica pagina web.

 

 

martedì, 02 ottobre 2007

Come nasce una storia

Nel mio post di giovedì, 27 settembre 2007, intitolato Nero di Luna – Vichi ho riportato il pensiero di Vichi sulla creazione delle storie da parte dello scrittore. Ovvero che, almeno nel suo caso, le storie già esistono e lo scrittore si limita a farle emergere dall’oblio.
Riscorrendo i miei post, cosa che ogni tanto è bene che faccia, data la mia scarsa memoria, ho ritrovato il mio post del 3 marzo 2007 Stephen King e l’haiku tombolato, dove avevo rilevato che Stephen King e i promotori dell’haiku tombolato (ovvero formato sul loro sito con terne di versi estratte dal computer a caso) la pensano alla stessa maniera, che poi è la medesima di Vichi, sulla creazione delle storie (o delle poesie).
Nel mio piccolo, per quel che possa interessare, sono d’accordo anch’io. Le storie sono già lì. Occorre solo armarsi di santa pazienza ed andare a recuperarle.


postato da: scriverecala alle ore 09:07 | link | commenti (5)
categorie: scrivere, la capacitĂ  di scrivere
martedì, 18 settembre 2007

Cose da tenere di conto: le venti regole di Van Dine

Il caro Razza, commentando il mio post del 13 settembre ha citato una delle famose venti regole di Van Dine.
 
S. S. Van Dine è lo pseudonimo di Willard Huntington Wright (1888 - 1939), noto autore di gialli statunitense creatore del personaggio di Philo Vance.
I suoi romanzi sono gialli classici, basati sulla razionalità e sulla logica deduttiva e Van Dine ha scritto nel 1928 venti famose regole che dovrebbero essere seguite nello scrivere gialli.
 
Credo che nemmeno i dieci comandamenti siano stati infranti più volte delle regole di Van Dine e, ritengo, a ragione.
Non condivido al 100% quasi nessuna di queste regole e le riporto qui più che altro a titolo di curiosità storico-letteraria.
 
 
1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia, per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorìo non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina". Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto il lettore non sa più con chi stia gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona, cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Ci deve essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore: ma l'intera responsabilità e l'intera indignazione del lettore devono gravare sopra un unico capro espiatorio.
13. Società segrete associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Giulio Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventure.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, s'egli fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dar verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induce a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
l) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
.
Tratto da "Guida al giallo" di R. Di Vanni - F. Fossati, Ed. Gammalibri 1980
Brano trovato su
 http://www.cameragialla.it/authors/vandine20.htm
giovedì, 13 settembre 2007

Cose da tenere di conto quando si scrive

Dalle letture dei libri che parlano di scrittura ho tratto un promemoria che ho trovato di una certa utilità (anche se resta valida la regola fondamentale: “ogni regola può essere violata”).
Aggiungo alle altre regole (che potete ritrovare sotto il tag: cose da tenere di conto) la seguente:
 
Il famoso esempio di Alfred Hitchcock
 
·       Se mostri due che giocano a carte ed ad un certo punto il tavolo esplode, avrai una sorpresa. Se mostri due che giocano a carte, poi mostri sotto il loro tavolo una bomba che sta per esplodere, avrai suspence.
 
Tutto dipende quindi da quello che si vuole avere.
 
Questa famosa enunciazione di Hitchcock l’ho trovata nel saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi (libro estremamente interessante che commenterò in un prossimo post).
 
Sembra una regoletta banale ma quando ci si trova alla scrivania a dover far “tornare” un racconto o un romanzo di tensione diventa fondamentale.
 
Riflettendo su questo punto, ad esempio, sono riuscito a migliorare (spero) un racconto che sto scrivendo, in cui, semplificando, si narra di una “povera fanciulla” che sta recandosi ignara a un appuntamento con un “cattivone” che, presumibilmente, ne farà strage.
L’idea era quella di mostrare vari episodi della giornata che doveva culminare nell’incontro, in modo da fare emergere il carattere della fanciulla e, molto gradualmente, mostrare la malvagità del cattivone in modo da rendere il lettore prima leggermente inquieto per la sorte della bella, poi sempre più inquieto, man mano che il cattivone si rivelava pericoloso. Ma la rivelazione della natura estremamente malvagia di questo individuo (e le origini di questa malvagità) doveva esplicitarsi solo nell’incontro finale.
Traducendo in termini tecnici, il racconto era basato sulla sorpresa finale.
Ma così non funzionava.
La relativa brevità che deve avere il racconto non permetteva di far crescere adeguatamente la tensione (o, perlomeno, a me non riusciva di ottenere questo effetto). La rivelazione progressiva della malvagità del “cattivone” era difficile a graduarsi in poche brevi scene e correvo due rischi opposti:
1)   far capire subito al lettore la natura del “cattivone” e perdere la sorpresa finale
2)    lasciare bene nascosta la rivelazione finale ma farla cadere dall’alto del tutto inaspettata nell’ultima scena, ottenendo una stonatura, una forzatura, e lasciando nel contempo priva di adeguata tensione la prima parte del racconto.
 
Ho deciso, quindi, di modificare la struttura, abbandonando la sorpresa a favore della suspence.
Fin dalla prima scena quindi mostro subito la natura e la pericolosità del “cattivone”. A questo punto il lettore dovrebbe, in teoria, essere fin da subito in tensione per le sorti della povera fanciulla, e il racconto acquistare suspence.
 
Naturalmente, in realtà, il mio racconto è un po’ più complesso e gli elementi che spero saranno apprezzati dal lettore sono altri, diversi dalla semplice trama. Ma il problema della struttura lo avevo e rischiava di invalidare il risultato finale.
 
La soluzione era banale da un punto di vista tecnico (e usatissima nella pratica: quanti sono i romanzi o i film che si aprono con una bella scena traumatica in cui viene adeguatamente illustrata fin da subito la pericolosità del “cattivone”) e forse prima o poi ci sarei arrivato sulla base dell’intuizione o del ricordo di tanti modelli che l’hanno adottata, ma leggere l’enunciazione di Hitchcock mi ha chiarito immediatamente i termini del problema.
 
E riscrivere il racconto sulla base di una analisi tecnica a tavolino della sua struttura mi ha dato grande soddisfazione.
Mi è sembrato quasi di essere del mestiere.