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Nome: Sergio Calamandrei
Mi piace scrivere. Prima l'ho fatto solo per me, poi ho creato www.calamandrei.it, quindi ho pubblicato il romanzo: L'UNICO PECCATO - Amore e morte alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Ora vado avanti, con vari racconti e un sequel. ..................e-mail= scrivere[chiocciola]calamandrei.it

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martedì, 12 febbraio 2008

Le dieci regole per scrivere un buon giallo di Carlo Lucarelli

Le dieci regole per scrivere un buon giallo di Carlo Lucarelli
 
1)     Partire da un “mistero misterioso”, vale a dire coinvolgente, inquietante. Uno di quei misteri che non ti dai pace se non sai come vanno a finire.
2)     Centellinare le informazioni al lettore. Non raccontare tutto subito. Mantenere un’atmosfera di sospensione.
3)     Portare il lettore verso una prima soluzione del mistero. Poi con un colpo di scena aprire la porta ad un mistero successivo.
4)     Creare un buon personaggio-guida.
5)     Creare un buon personaggio che infittisca il mistero, che lo renda più complicato.
6)     Situare la storia in un’ambientazione conosciuta e credibile.
7)     Mantenere un ritmo di scrittura incalzante.
8)     Costruire una macchina narrativa, una storia, per raccontare qualcosa che si ritiene importante (n tempo lo chiamavano il “messaggio”)
9)     Scrivere con lo stile migliore. Scegliere le parole più belle.
10)Dimenticare tutte queste regole.
 
Tratto da Anonima Assassini. I delitti di Orme Gialle. Editrice Tagete. Raccolta dei racconti premiati e segnalati nella X edizione (2006) del premio Orme Gialle, con prefazione di Douglas Preston e con un intervento di Carlo Lucarelli. 
postato da: scriverecala alle ore 18:59 | link | commenti (3)
categorie: scrivere, cose da tenere di conto
venerdì, 14 dicembre 2007

Carver e il suo editor, Lish

Su suggerimento di Andrea Razzaboni, sono andato a leggermi L'uomo che riscriveva Carver, un interessante articolo di Baricco (Repubblica 27/4/1999) che parla del lavoro fondamentale dell'editor di Carver, Gordon Lish.

Baricco racconta di aver letto un articolo del New York Times firmato D.T. Max, in cui l’autore raccontava di essere andato in una biblioteca di Bloomington, nell' Indiana, dove sono raccolte le carte di Lish per verificare se fosse vera la leggenda che attribuiva a questo editor la riscrittura radicale dei racconti di Carver.

Max è andato a verificare i dattiloscritti originali di Carver con le correzioni di Lish e ha constatato che, ad esempio, in Cosa parliamo quando parliamo d’amore l’editor ha ha tolto quasi il 50 per cento del testo originale e ha cambiato il finale a dieci racconti su tredici.

A questo punto anche Baricco è andato nella biblioteca di Bloomington a verificare di persona e si è messo ad esaminare la versione originale del racconto Di' alle donne che usciamo confrontandola con quella poi pubblicata.
L’articolo è davvero interessante e l’analisi del testo nelle due versioni è illuminante.

Segnalo inoltre un lucido resoconto di Paolo Capotti di una “lezione” di Baricco in cui è stata ricordata la vicenda di Carver e Lish, con alcune ulteriori considerazioni di Baricco sulla questione.

Alessandro Baricco si può amare od odiare ma è incontestabile che sia intelligente e sappia scrivere molto bene. Il suo principale difetto, secondo me, è che è estremamente conscio di queste due cose.

postato da: scriverecala alle ore 15:38 | link | commenti (4)
categorie: libri, baricco, ho letto, cose da tenere di conto
mercoledì, 05 dicembre 2007

Grammatica (drammatica) - 2

Parlando del mio precedente post sulla grammatica, Roberto Santini mi ha segnalato un altro aspetto su cui concentrare l'attenzione, oltre alla punteggiatura.

Spesso, egli osserva, vari scrittori fanno un uso praticamente anarchico e talvolta decisamente errato del pronome relativo. Questo problema è poi ancor più diffuso tra i giornalisti. Il "che" balla un po' come pare all'inventiva di chi scrive e ci si trova di fronte a perle tipo: "Mario Rossi, uno dei più grandi scienziati del nostro tempo, scopritore della molecola K e della sua componente alfa, CHE scrive interessanti articoli divulgativi".

E' vero. Questo tipo di problema è particolarmente fastidioso perchè, oltre ad urtare la sensibilità del grammatico, ha anche una conseguenza importante sulla piacevolezza della lettura. Se, infatti, il lettore, a un certo punto, inizia a non capire più chi è il soggetto della frase e deve fermarsi a fare mente locale, si ha un inciampo nella lettura che può determinare la rottura della "sospensione dell'incredulità" o, comunque, della sintonia con l'autore.

Una delle regole principali per chi scrive è quella di non essere ambiguo o poco chiaro. Si deve sempre sapere chi stia agendo o chi (nei dialoghi) stia parlando.

Nel caso la frase si stia incartando in un groviglio di subordinate difficile da governare, lo scrittore non ha comunque scuse, dato che dispone di un comodo freno a mano.

E' il punto.

Come dice King: se una frase lunga non funziona, provare con due frasi brevi.  

Detto ciò per amor di teoria, non escludo di aver mai peccato anch'io nell'uso della punteggiatura o delle frasi ambigue. Ci mancherebbe altro!

Sempre sulla grammatica, segnalo inoltre una completa ed interessante analisi dell'uso della virgola (detta così sembrerebbe una cosa da iniziati, ma in realtà si legge con molto piacere) fatta da Carlo Menzinger.

 

postato da: scriverecala alle ore 09:35 | link | commenti (3)
categorie: scrivere, cose da tenere di conto
venerdì, 30 novembre 2007

Grammatica (drammatica)

Io e Carlo Menzinger ogni tanto, in fase di revisione di quanto scritto in comune, ci scambiamo dotte (?) disquisizioni sulla grammatica italiana.

Pubblico un estratto di queste conversazioni on line, con alcune mie osservazioni sulla punteggiatura nei dialoghi.


Ho letto vari libri di grammatica e sono giunto alla conclusione che le regole della grammatica italiana sono ben meno "codificate" di quanto si potrebbe supporre. Ovvero: su molti punti ognuno ha le sue interpretazioni e fa come vuole (rileggendo questa mail mi è venuto in mente la virgola prima del "ma". C'è chi la vieta in senso assoluto, come sosteneva la mia vecchia maestra e per anni sono andato avanti seguendo questa indicazione, chi la vorrebbe sempre, chi dice di distinguere caso per caso).
Inoltre è bene conoscere le regole base, ma queste possono poi essere talvolta consapevolmente violate per raggiungere effetti particolari.
 
Per la puntaggiatura nei dialoghi, poi l'anarchia è totale. Basta scorrere i vari libri italiani moderni che ognuno ha nella propria libreria.
Io, ad esempio, in sede di pubblicazione de L'unico peccato, ho convenuto con l'editore di eliminare le virgole prima degli incisi, che rappresentano sostanzialmente un inutile appesantimento, dato che la pausa nella frase viene già determinata dall'inciso.
Quindi io ormai:
 
- Ho mangiato pere, - precisò Paolo - mele e mandarini.
 
lo scrivo sempre
 
- Ho mangiato pere - precisò Paolo - mele e mandarini.
 
Detto questo, in linea di massima, il fatto che nei dialoghi la punteggiatura dovrebbe seguire quanto precede l'inciso potrebbe anche tornarmi. Vedo però, che nelle ultime cose che sto scrivendo tendo a eliminare anche il punto, oltre che la virgola, prima dell'inciso, e a far scivolare il punto al termine dell'inciso quando voglio che la frase successiva inizi con una maiuscola (alla fine, la punteggiatura dipende da come voglio che inizi la frase successiva. E' lei che comanda, non la conclusione della frase precedente).
Ad esempio.
 
Lui scosse la testa. – Tutte le cameriere sono orientali – disse. – Al massimo, tra i maschi, abbiamo alcuni ragazzi dei paesi dell’est europa.
 
- Inginocchiati – disse.
 
- E tu chi minchia sei? – disse la mia bella


Per chi volesse approfondire la  conoscenza della sconcertante inesistenza di regole codificate per la grammatica italiana

consiglio

Bice Mortara Garavelli
  • Prontuario sulla punteggiatura Interessante analisi della punteggiatura. Mi serviva a chiarirmi alcuni dubbi sulle regole della grammatica italiana. Mi ha confermato che le regole della grammatica italiana sono abbastanza evanescenti e ognuno fa come gli pare.

e, semplicemente, segnalo

 

  • Fare il punto di Autori vari della Scuola Holden di Baricco. Un opuscolo con note sulla punteggiatura allegato alla serie di fascicoli “Scrivere” della De Agostini. È un libretto che tratta la punteggiatura da un punto di vista “filosofico” più che tecnico. Tutto molto gigioneggiante e di poca utilità pratica.
 
Scuola Holden
postato da: scriverecala alle ore 09:15 | link | commenti (7)
categorie: scrivere, cose da tenere di conto
lunedì, 08 ottobre 2007

L’occasionissima del lunedì

 

Questo lunedì segnalo una nuova pagina del mio sito: Cose da tenere di conto.
Ho infatti inserito su www.calamandrei.it una serie di consigli sulla scrittura (non miei, naturalmente, ci mancherebbe altro. Di King, Vonnegut, Cerami, Hitchcock e altri).
È la raccolta dei vari post col tag Cose da tenere di conto che sono stati pubblicati su questo blog nel corso del tempo.
Per i lettori pigri che preferiscono trovarsi tutto già pronto in un’unica pagina web.

 

 

martedì, 18 settembre 2007

Cose da tenere di conto: le venti regole di Van Dine

Il caro Razza, commentando il mio post del 13 settembre ha citato una delle famose venti regole di Van Dine.
 
S. S. Van Dine è lo pseudonimo di Willard Huntington Wright (1888 - 1939), noto autore di gialli statunitense creatore del personaggio di Philo Vance.
I suoi romanzi sono gialli classici, basati sulla razionalità e sulla logica deduttiva e Van Dine ha scritto nel 1928 venti famose regole che dovrebbero essere seguite nello scrivere gialli.
 
Credo che nemmeno i dieci comandamenti siano stati infranti più volte delle regole di Van Dine e, ritengo, a ragione.
Non condivido al 100% quasi nessuna di queste regole e le riporto qui più che altro a titolo di curiosità storico-letteraria.
 
 
1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d'amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all'altare.
4. Né l'investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia, per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l'oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorìo non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell'assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev'essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina". Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l'interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c'è più di un poliziotto il lettore non sa più con chi stia gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona, cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Ci deve essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore: ma l'intera responsabilità e l'intera indignazione del lettore devono gravare sopra un unico capro espiatorio.
13. Società segrete associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz'altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Giulio Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d'avventure.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall'inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, s'egli fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d'istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l'azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dar verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induce a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
l) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
.
Tratto da "Guida al giallo" di R. Di Vanni - F. Fossati, Ed. Gammalibri 1980
Brano trovato su
 http://www.cameragialla.it/authors/vandine20.htm
giovedì, 13 settembre 2007

Cose da tenere di conto quando si scrive

Dalle letture dei libri che parlano di scrittura ho tratto un promemoria che ho trovato di una certa utilità (anche se resta valida la regola fondamentale: “ogni regola può essere violata”).
Aggiungo alle altre regole (che potete ritrovare sotto il tag: cose da tenere di conto) la seguente:
 
Il famoso esempio di Alfred Hitchcock
 
·       Se mostri due che giocano a carte ed ad un certo punto il tavolo esplode, avrai una sorpresa. Se mostri due che giocano a carte, poi mostri sotto il loro tavolo una bomba che sta per esplodere, avrai suspence.
 
Tutto dipende quindi da quello che si vuole avere.
 
Questa famosa enunciazione di Hitchcock l’ho trovata nel saggio “Elementi di tenebra” di Andrea Carlo Cappi (libro estremamente interessante che commenterò in un prossimo post).
 
Sembra una regoletta banale ma quando ci si trova alla scrivania a dover far “tornare” un racconto o un romanzo di tensione diventa fondamentale.
 
Riflettendo su questo punto, ad esempio, sono riuscito a migliorare (spero) un racconto che sto scrivendo, in cui, semplificando, si narra di una “povera fanciulla” che sta recandosi ignara a un appuntamento con un “cattivone” che, presumibilmente, ne farà strage.
L’idea era quella di mostrare vari episodi della giornata che doveva culminare nell’incontro, in modo da fare emergere il carattere della fanciulla e, molto gradualmente, mostrare la malvagità del cattivone in modo da rendere il lettore prima leggermente inquieto per la sorte della bella, poi sempre più inquieto, man mano che il cattivone si rivelava pericoloso. Ma la rivelazione della natura estremamente malvagia di questo individuo (e le origini di questa malvagità) doveva esplicitarsi solo nell’incontro finale.
Traducendo in termini tecnici, il racconto era basato sulla sorpresa finale.
Ma così non funzionava.
La relativa brevità che deve avere il racconto non permetteva di far crescere adeguatamente la tensione (o, perlomeno, a me non riusciva di ottenere questo effetto). La rivelazione progressiva della malvagità del “cattivone” era difficile a graduarsi in poche brevi scene e correvo due rischi opposti:
1)   far capire subito al lettore la natura del “cattivone” e perdere la sorpresa finale
2)    lasciare bene nascosta la rivelazione finale ma farla cadere dall’alto del tutto inaspettata nell’ultima scena, ottenendo una stonatura, una forzatura, e lasciando nel contempo priva di adeguata tensione la prima parte del racconto.
 
Ho deciso, quindi, di modificare la struttura, abbandonando la sorpresa a favore della suspence.
Fin dalla prima scena quindi mostro subito la natura e la pericolosità del “cattivone”. A questo punto il lettore dovrebbe, in teoria, essere fin da subito in tensione per le sorti della povera fanciulla, e il racconto acquistare suspence.
 
Naturalmente, in realtà, il mio racconto è un po’ più complesso e gli elementi che spero saranno apprezzati dal lettore sono altri, diversi dalla semplice trama. Ma il problema della struttura lo avevo e rischiava di invalidare il risultato finale.
 
La soluzione era banale da un punto di vista tecnico (e usatissima nella pratica: quanti sono i romanzi o i film che si aprono con una bella scena traumatica in cui viene adeguatamente illustrata fin da subito la pericolosità del “cattivone”) e forse prima o poi ci sarei arrivato sulla base dell’intuizione o del ricordo di tanti modelli che l’hanno adottata, ma leggere l’enunciazione di Hitchcock mi ha chiarito immediatamente i termini del problema.
 
E riscrivere il racconto sulla base di una analisi tecnica a tavolino della sua struttura mi ha dato grande soddisfazione.
Mi è sembrato quasi di essere del mestiere.