Dalla lista dei libri che ho letto nel 2008 pare che io abbia incrociato 35 libri nel corso dell'anno appena finito. Dico pare, perchè secondo le statistiche di aNobii risulterebbe che io ne abbia letti 36 per un totale di 8.185 pagine.
Sinceramente mi fa fatica mettermi a riconciliare le due liste e quindi prendo per buoni i 35 libri che riporto qui sotto (il cui numero sostanzialmente equivale a quello dei volumi letti nel 2007).
Unica osservazione: taluni di quei libri mi pare di averli letti ere geologiche fa, invece sono solo passati pochi mesi.
Sarà segno buono o cattivo?
Dopo aver segnalato le parole chiave che conducono i naviganti su Calablog, riporto le ultime 273 (non chiedetemi perchè 273) parole chiave che hanno condotto internauti sul mio sito personale www.calamandrei.it
Come si può notare, calamandrei fa la parte del leone. Mi divertono un mucchio le ricerche che sono giunte da me cercando valutazioni, avviamento o simili perche sono giunte sulla Valutazione Inverecondi S.p.a. che è una parodia delle perizie di stima normalmente redatte dai commercialisti. Alla stessa pagina si deve la combinazione normativa allevamento coccodrilli. Leggere per credere.
Una sola combinazione a luci rosse, ma in effetti quelle parole sono presenti in un mio racconto.
Tanti saluti all'amico spagnolo che è giunto qui cercando Sería más tonto de lo que he sido, de hecho tomaría muy pocas cosas con seriedad. Sería menos higién
E' la versione spagnola di Istanti, la poesia falsamente attribuita a Borges.
NEL NOME DEL PORCO di Pablo Tusset
(questa recensione analizza alcuni aspetti tecnici del romanzo di Tusset. NON vengono fornite qui informazioni sulla trama ulteriori rispetto a quelle già presenti nella quarta di copertina, che peraltro, svela troppe cose. Pertanto, io qui ometto anche alcune informazioni presenti nella quarta di copertina che consiglio di non leggere a chi voglia poi gustarsi il romanzo).
Pablo Tusset è l’autore di Il meglio che possa capitare ad una brioche, uno spassoso giallo anomalo che fila via benissimo per tre quarti e poi si perde completamente nel finale
. Comunque, per un romanzo essere ottimo per tre quarti non è merito da poco e quindi consiglio vivamente di leggere il primo libro di Tusset. Dato questo precedente, ho acquistato Nel nome del porco a scatola chiusa, pensando di trovare qualcosa di divertente. Invece questo romanzo è di tutt’altro genere. È un serio e tradizionale giallo incentrato su uno psicopatico. Io, in linea di massima, non apprezzo le storie che parlano di serial-killer e di pazzi omicidi. Può anche darsi che prima o poi ne scriva una anch’io, ma non le amo: le trovo un po’ una facile scorciatoia per crearsi un bel cattivo senza dover faticare troppo sui suoi moventi.
Nel nome del porco si apre con un delitto eclatante: una donna è stata macellata in un mattatoio di un piccolo paesino di montagna spagnolo, San Juan del Horlà, seguendo la stessa procedura adottata per i porci. Con il che intendo dire che la poveraccia è stata sgozzata, disossata e la sua carne divisa nei tradizionali tagli previsti per i maiali. Sul delitto indaga il commissario Pujol, prossimo alla pensione. A un certo punto, Tomàs, poliziotto quarantenne che Pujol considera quasi un figlio, tornato da un periodo di aspettativa trascorso a New York, si inserirà nell’indagine andando ad infiltrarsi tra i poco raccomandabili abitanti di San Juan del Horlà.
Sono rimasto deluso dalla lettura de Nel nome del porco poiché l’ho trovato carente sotto almeno tre aspetti della tecnica di scrittura. Ho ritento opportuno evidenziarli perché almeno il primo (Troppa didattica esplicita) e il terzo (Troppo evidente ricerca degli effetti) sono difetti abbastanza diffusi nella narrativa gialla. Sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato è un primo passo necessario per evitare di commettere peccati, ma, come insegna l’esperienza del mondo, non è sufficiente. Pertanto ammetto subito che forse anche alcuni miei scritti non sono esenti da questi difetti.
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Si è chiusa ieri la Fiera del Libro di Torino.
Quest'anno non ce l'ho proprio fatta ad andarci.
L'anno scorso, invece, la visitai e poi scrissi una serie di post sulla Fiera, sul mercato dei libri e sui numeri dell'editoria italiana che cominciano dal post
Alla fine della Fiera (dati sul mercato del libro) – 1
Il cui incipit è:
"Alla fine della Fiera del Libro di Torino mancano ormai meno di quattro ore quando me ne vado. Sono le sei dell’ultimo giorno di Fiera, il lunedì. Quei poveracci che stanno negli stand devono tirare ancora avanti fino alle ventidue, e questo è il loro quinto giorno consecutivo.
Mentre cerco l’uscita che porta al mio parcheggio mi viene di pensare al mercato del pesce, a fine mattinata. Come le trote, anche svariati libri calano di prezzo man mano che si avvicina la chiusura. So che da un amante della letteratura ci si potrebbero aspettare riflessioni più elevate, ma le cose stanno così...."
e proseguono sotto il tag alla fine della fiera.
Arrivato a pagina 114, a circa un terzo del libro, ho interrotto la lettura de Il lercio di Irvine Welsh.
Sono indeciso se riprenderla o meno.
Mi farebbe piacere sapere cosa mi consigliate di fare.
Irvine Welsh è l’autore di Trainspotting, Ecstasy, Tolleranza zero, Colla e Porno.
Il protagonista de Il lercio è il sergente della polizia di Edimburgo Bruce “Robbo” Robertson. Robbo è un quarantenne assolutamente privo di ogni scrupolo, senso morale e rispetto per gli altri. Mangia schifezze, beve birra sbronzandosi di frequente, prende droghe, è affetto da un eczema ai genitali e i suoi pensieri sono un continuo turpiloquio. Il che potrebbe non essere un problema, ma lo diventa se si considera che l’io narrante in prima persona è proprio Robbo. Il sergente, tanto per fare un esempio, ogni volta che ha un colloquio con una donna, in particolar modo con le sue colleghe poliziotte, manco sta a sentire quello che lei sta dicendo ma preferisce pensare in che modo migliore la baldracca potrebbe utilizzare la sua bocca. Beh, se quest’ultima frase vi è sembrata un po’ forte, sappiate che essa è solo un eufemismo di un eufemismo di un eufemismo di quelle che sono le frasi originali di Welsh.
Il sergente Robertson si trova ad indagare sull’uccisione a martellate per strada di un uomo di colore, un bingo bongo, lo definisce lui, figlio dell’ambasciatore del Ghana. Essere assegnato a quell’indagine lo scoccia perché rischia di fargli saltare la vacanza di una settimana già programmata in un bordello olandese. Inoltre, quell’indagine, coinvolgendo un bingo bongo, preoccupa il Dipartimento che teme tensioni razziali e si affretta, quindi, ad attivare un ciclo obbligatorio di lezioni di tolleranza etnica per gli agenti coinvolti nel caso. Welsh ci mostra quanto ci tengano gli alti ufficiali ad avere da parte di loro stessi e degli agenti un comportamento che non possa prestarsi ad accuse di non essere politicamente corretto. Ma naturalmente l’esperto Robbo, a parte qualche manifestazione di insofferenza per il tempo perduto in queste lezioni, non ha alcuna difficoltà a rispondere alle domande degli psicologi in modo formalmente corretto, confermando così, se ce ne fosse bisogno, quanto sia facile dissimulare i sentimenti profondi degli esseri umani.
Tra le altre cose, Robertson è rappresentante sindacale, e questo gli assicura una certa protezione dai superiori, ma finge soltanto di curare gli interessi dei compagni e in realtà non fa niente perché è in corsa per una promozione e non vuole inimicarsi le alte sfere.
Robbo, perlomeno nelle prime 114 pagine del libro, non fa praticamente alcuna indagine sul caso, preferendo occupare il tempo a smaltire i postumi delle sbornie, a mangiare panini con le salsicce, a guardare film porno, a andare a puttane e a occuparsi di quelli che lui chiama i suoi “giochini”. Ovvero: rubare un soprammobile in casa di un’anziana testimone, cercare il modo di farsi, magari minacciandole o mettendole sotto pressione, due testimoni più giovani, insidiare mediante telefonate anonime la moglie di un amico (inducendo, peraltro, il compagno a sbronzarsi spesso con lui, in modo che il suo rapporto con la moglie vada a peggiorare). Infine: costringere una quindicenne, sorpresa con dell’ecstasy nella borsetta, ad avere un rapporto orale con lui, sotto minaccia di rovinarle la vita denunciando il fatto ai magistrati, ai genitori e alla scuola esclusiva che lei frequenta.
Fin qui, più o meno, questa è la trama.
Aggiungo due considerazioni tecniche.
La prima è che Welsh, contrariamente a quello che pensavo, non ha fatto quello che spesso ho osservato in altri romanzi di vario genere e di vari autori, i quali, per impressionare il lettore, partono con un inizio scioccante, per crudezza delle situazioni o del linguaggio, e poi gradualmente tornano a un tono più ordinario. Qui Welsh, a un terzo del libro, colpisce ancora implacabile con l’esposizione reiterata del turpiloquio dei pensieri di Robbo e l’assoluta mancanza di senso morale dei suoi comportamenti.
Non so se questo sia un merito o un demerito. Mi pare di aver notato in altri romanzi che di solito è il crescere del flusso dello vicenda che mette in modo naturale e, quasi, inevitabile la sordina all’autore e ai suoi iniziali effetti speciali. Una volta che la Storia è partita, infatti, essa mal sopporta gli sviamenti di attenzione che possono essere prodotti da elementi non essenziali allo scorrere della stessa. Gli autori accorti se ne avvedono e, da un certo punto in poi, si nascondono lasciando vivere la Storia.
Ne Il lercio, invece, almeno fino a un terzo del volume, l’esposizione del modo di pensare e di porsi nella vita di Robbo, con il suo scoppiettante corollario di turpiloquio e squallore, rimane centrale e la Storia non decolla.
La seconda considerazione tecnica è che Irvine Welsh è bravissimo nel descriverci Robertson e il suo modo di essere. Robbo è un essere spregevole, egoista, maschilista, sessista, che non ha alcun rispetto per gli altri, che abusa della sua posizione, che pensa che nella vita esista solo fottere gli altri o essere fottuti. Che pensa che qui vige la legge del più forte, ed è anche conscio che altri sono più forti di lui e di fronte a loro si dovrà umiliare, ma si vendicherà umiliando tutti quelli che cadranno sotto il suo potere.
E la cosa più scioccante è che Robbo non è un alieno caduto sulla terra e appartenente a un’altra razza. La cosa peggiore, che Welsh ci mostra con chiarezza, è che di Robbo ce ne sono tanti: il mondo è pieno di loro, espressi o in potenza.
Per questo, se non fosse per il linguaggio e i contenuti, ma questa è una contraddizione perché quello che conta sono il suo linguaggio e i suoi contenuti, per questo, mi viene da pensare, Il lercio andrebbe fatto leggere ai ragazzi, a scuola. Perché bisogna insegnare a tutti una verità fondamentale che io ho imparato solo dopo averci battuto contro diverse boccate nel corso della mia vita: la cosa che bisogna sapere assolutamente è che non tutti siamo uguali e che non tutti abbiamo lo stesso sistema di valori e di regole.
Esiste un meccanismo inconscio che porta a commettere errori giganteschi e a pagare danni ingentissimi: ed è quello di pensare che gli altri ragionino come noi, inquadrino le cose negli stessi schemi e reagiscano agli impulsi nel nostro stesso modo.
Ciò lo si può osservare ogni volta che si incontrino razze o culture diverse, ma vale anche nell’ambito delle persone che incrociamo ogni giorno.
Tanto per fare un esempio, un individuo sostanzialmente sincero tende a credere che anche gli altri dicano sempre la verità e difficilmente gli passerà per la mente che un altro potrebbe raccontargli balle solo per farsi bello di fronte a lui. Così facendo, è facile che la persona sincera abbia diverse disillusioni prima di imparare che è necessaria una certa dose di scetticismo nel valutare quel che gli altri dicono.
Gli stessi guai li hanno le persone corrette, quelle oneste, quelle che hanno rispetto per gli altri. Occorrono varie crudeli lezioni prima di capire che è giusto rimanere corretto, onesto e rispettare gli altri ma che bisogna essere consapevoli che queste non sono virtù comuni a tutti. Anzi, che, magari, non sono neanche virtù poi troppo comuni.
Allo stesso modo, occorre essere consci che alcuni gesti estremi, quali l’uccidere o il violentare, che talvolta ci riesce anche difficile concepire, per altri sono atti assolutamente senza rilevanza, da fare senza pensarci su nemmeno un istante, come se fossero la cosa più naturale del mondo (e magari naturali lo sono, a pensarci bene).
“L’eguaglianza è soltanto una fesseria” dice Robbo, durante il corso obbligatorio sulle Pari Opportunità “… io credo nell’ineguaglianza giustificabile. Per esempio. Tutta quella gente che mettiamo dentro. I delinquenti. I pedofili. Non sono mica uguali a me. Neanche per idea.”
E, in realtà, il sergente ha ragione, anche se non gli passa neppure per la mente che per me lui è peggiore dei delinquenti che mette dentro. Perché loro sanno di star facendo del male, mentre Robertson invece continua a ripetersi tra sé e sé che “le regole son queste” e a comportarsi in maniera allucinante.
Segue le sue regole, Robbo, che non sono le mie.
Il problema del libro di Welsh è che questa verità io l’ho perfettamente presente. So benissimo che esistono uomini spregevoli come Robbo.
E quindi Robbo l’ho capito chi è, lo conosco da anni, lo vedo tutti i giorni in televisione, e dopo che l’ho ormai inquadrato mi annoia un po’ continuare a sentirmelo spiegare e ripetere.
Ti ringrazio, Welsh, per avermi ricordato questa verità, ma la Storia non decolla e, visto che non è propriamente piacevole stare in compagnia di questo Robbo, mi sto chiedendo se valga la pena di continuare a leggere altre 260 pagine di questo squallore.
Ma, forse, il vero motivo per cui mi sono fermato è diverso, molto più personale.
Io, sei o sette anni fa, ho interrotto un altro libro alla fine del primo capitolo: era Bastogne di Enrico Brizzi. Di cosa parli quel romanzo, non lo so; so solo che nelle prime pagine due cugini un po’ sbandati violentano e spaccano la testa a una ragazzina di buona famiglia che li aveva invitati a casa per provare il brivido di frequentare persone un po’ alternative. Lo lessi al mare, seduto ai bordi di una piscina, mentre guardavo mia figlia di sei anni che faceva una lezione di nuoto. E mi venne da pensare che quella ragazza, che piagnucolava mentre il sangue le colava dal naso spezzato, un povero essere devastato e rovinato a cui stanno per fracassare la testa, sarebbe potuta benissimo essere mia figlia e che io, anche se avessi passato tutto il mio tempo a insegnarle a guardarsi dal male, non avrei mai potuto essere certo di salvarla, perché il male può spuntare inaspettato, in ogni momento, e in ogni persona. E allora, ai bordi di quella piscina, mi prese una nausea fortissima e chiusi quel libro e non l’ho riaperto mai più.
Forse il vero motivo per cui ho interrotto la lettura de Il lercio non è perché non vedo decollare la storia o perché credo di aver già capito cosa Welsh mi vuol dire, ma è che io non sopporto chi fa male ai più deboli e agli indifesi, ai bambini, chi violenta le donne, e chi ammazza senza motivo. E quando leggo un romanzo in cui l’io narrante è uno sbandato che violenta e massacra una ragazzina o è Robbo che costringe una quindicenne a uno squallido rapporto orale, penso a mia figlia, e chiudo il libro.
* * *
ADDENDUM DEL 29 APRILE 2008
I commenti ricevuti su Splinder a questo post li trovate, come sempre, in coda allo stesso.
I commenti che ho ricevuto su aNobii sono riportati in questo post e in quest'altro.
Le conclusioni a cui sono giunto una volta terminata la lettura del romanzo sono in questo post.
Sul blog di Barbara Garlaschelli è stata lanciata una sorta di iniziativa-concorso: inviare un racconto non superiore a 1.800 caratteri (spazi inclusi) "riguardante un episodio della vostra vita che ritenete significativo quindi deve essere un racconto autobiografico o di fantasia ma comunque in prima persona".
Lavorando di cesello e limando carattere per carattere sono riuscito a far rientrare sotto il 1.800 caratteri il mio racconto "Una sera".
Non so se sarà prossimamente selezionato ed inserito nel blog di Barbara Garlaschelli, ma, per evitarvi la fatica di andare ogni tanto a controllare se è stato pubblicato o meno, provvedo a pubblicarlo qui di seguito, così ci togliamo il pensiero.
UNA SERA
Quella sera l'uomo era stanco. Non nel fisico, o almeno, non solo in quello. Era tutta la rete della sua vita che lo affaticava. L'uomo aveva pensato quella sera. Ogni tanto capita, e non è facile, allora.
Entrò nella stanza semibuia con il biberon. Si sedette sul letto della bambina e le dette il latte. Poi, mentre lei beveva, iniziò come tutte le sere a raccontarle una storia. Era un'altra avventura di Dot, la formichina. La bambina con una mano sorreggeva il biberon e nell'altra stringeva forte il pupazzetto che rappresentava quel piccolo insetto. Ascoltava attenta il padre. Lui era stanco e sentiva un peso forte al cuore. Pensò che l'unica cosa che poteva fare, l'unica sua speranza, era chinarsi sulla bimba e, lentamente, baciarla. Poi le sussurrò nell'orecchio:
"C'era una volta una formichina che si chiamava Dot. Il padre di Dot non la baciava mai anche se le voleva molto bene. Non lo faceva, perché i grandi talvolta si vergognano di baciare i propri figli, ma l'amava tanto. Tutte le notti, quando Dot dormiva, il padre entrava nella sua stanza, si chinava sul letto e la baciava tante volte. Ma Dot dormiva e non si accorgeva di niente. Una notte, però, Dot era sveglia quando sentì qualcuno entrare nella camera. Rimase ferma nel letto, facendo finta di dormire. L'ombra si chinò su di lei e la baciò tre volte. Dot riconobbe suo padre e sorrise nel buio perché in quell'istante seppe che egli la amava. Anche dopo che il babbo se ne fu andato Dot continuò a sorridere. E tutte le notti andò a letto contenta perché sapeva che lui sarebbe venuto per baciarla. E fu così per tutta la vita … Fine delle storia…"
Ci fu un attimo di silenzio, poi l'uomo baciò la bimba.
Lei capì quella lacrima del padre, che le colò sul viso, solo molti anni dopo.